Trains

Il manifesto di questo film esprime, in estrema sintesi, il suo messaggio. Le linee della vita di una mano disegnate come rotaie dei treni, ovvero: attraverso ciò che è successo nelle stazioni e sui treni nel corso degli anni il regista riesce a ricostruire un secolo di vita vissuta. Pociągi(Trains) è un documentario, un viaggio senza parole attraverso il XX secolo, con i suoi cicli umani di guerra, pace, eventi lieti e tragedie. E’ composto interamente da filmati d’archivio provenienti da 46 collezioni, cui è stata aggiunta un’accurata colonna sonora. Anteprima italiana al Trieste film Festival edizione 36.

Una scelta di metodo

Maciej J. Drygas, il regista polacco di Cinema e Rai, sceneggiatore, produttore. e insegnante, ha raccolto in luoghi differenti i filmati, non necessariamente in ordine cronologico, che hanno come protagonista sempre il treno e le stazioni. L’originalità della sequenza di montaggio e la grande quantità di fotogrammi trovati fanno raggiungere a questo documentario la potenza di una descrizione fuori dal tempo della vita umana . Non ci sono dialoghi né didascalie, per cui lo spettatore cerca di scoprire dove siamo e in quali anni, mentre il treno si porta via la scena. Il regista aggiunge che ha dato molta importanza ai suoni. Li ha registrati, di notte, per ridurre al minimo i rumori di fondo, dietro casa sua. “ Ho avuto la fortuna di avere così vicino dei binari- racconta- Ho tenuto d’occhio la zona e quando vi hanno fatto muovere un convoglio, ho rapito i suoni e li ho collegati ai treni senza suono che avevo raccolto negli Archivi.” 

La metafora secondo il regista

ll treno è qui metafora dello scorrere del tempo. Mette in luce come, a periodi di progresso siano seguite catastrofi prodotte dalle guerre. Le guerre sono ideazioni umane “dannate”- così le definisce il regista in conferenza stampa. E conclude -. Gli uomini tornano indietro ciclicamente – .A ben riflettere, l’illusione che certe guerre di oggi che siano meno cruente, proviene dall’affinamento delle tecnologie distruttive. Il drone programmato che uccide un solo uomo in una folla maschera l’omicidio perché l’ultimo atto è macchina contro uomo. 

Il materiale d’archivio

Dieci anni di studi per scegliere il materiale da novantotto Archivi Internazionali consultati ed eseguire un montaggio così fluido da legare i fotogrammi in un racconto avvincente. Vediamo scorrere davanti ai nostri occhi le sofferenze e le gioie dell’Umanità anno dopo anno, da un paese a un altro. Episodi che acquistano un significato universale.

“Perché non ha inserito una documentazione delle Ferrovie russe, fra le più importanti del 900?” domanda uno spettatore. La risposta “L’invasione dell’Ucraina da parte dei Russi mi ha bloccato dal continuare le trattative per entrare nei loro Archivi, oltre a non voler dare nemmeno un euro all’invasore. Ma non era importante, nell’economia del mio progetto, parlare di tutti i popoli. Il materiale raccolto in America ed inserito nel documentario che mostra soldati russi che salgono nei vagoni con ritratti di Stalin è stato sufficiente per la mia narrazione”

Premi ricevuti

Il film è stato presentato in anteprima all’IDFA di Amsterdam, dove ha vinto il premio come Miglior film e Miglior montaggio. Al TSFF non ha vinto premi, ma la valutazione dell’IDFA è talmente importante che il film non ha avuto bisogno di ulteriori selezioni per partecipare all’Oscar dei documentari. Che è stato vinto da Flo, la storia drammatica in cartone animatoin di un gatto che deve convivere con la paura dell’acqua perché vive nella nostra epoca di crisi climatica, con frequenti alluvioni.Più che dargli l’Oscar, dovevano vietarlo ai bambini perché altamente spaventoso.

Trains non ha vinto l’Oscar. L’augurio di chi l’ha visto è che riesca ad essere distribuito, per non rimanere un messaggio forte e originale, molto apprezzato si, ma da un esiguo pubblico.

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C’est quoi l’amour? Intervista al 17.mo France Odeon

Breve sinossi del film Intervista a regista e attrice presenti al 17.mo France Odeon, di C’est quoi l’amour? Un film di Fabien Gorgeart leggero, a tratti comico, che affronta un argomento serio come l’annullamento del matrimonio religioso. Marguerite (Laure Calamy) vive a Rouen con il compagno e la figlia adolescente, mantenendo al tempo stesso un rapporto amichevole con Fred (Vincent Macaigne ), suo primo marito. da cui ha divorziato. Un giorno Fred le annuncia di volersi risposare. Ma, per assecondare la fidanzata Chloè, cattolica fervente, che vuole sposarsi in chiesa, deve far dichiarare nullo il primo matrimonio. “Si tratta di una semplice pratica di annullamento della nostra unione religiosa”. Marguerite si mostra disponibile, ma ha inizio un iter tanto complesso quanto surreale davanti al tribunale ecclesiastico. Si tratta di domande da inquisizione su particolari molto intimi, fatte oltretutto da un prete che di rapporti intimi non dovrebbe avere esperienza! Lei cerca di assecondare la pratica, ma l’annullamento non viene concesso. L’appello va fatto alla sacra rota , a Roma. Di nuovo Marguerite acconsente e un gruppo variegato, composto da lei, suo marito, il suo ex con Chloé e due figlie arriva a Roma La burocrazia della Chiesa la costringe a riesaminare la natura del suo rapporto con Fred, nonché la storia trascorsa insieme e quale effetto negativo l’annullamento possa avere sulla figlia che lei e Fred condividono. Riemerge, suo malgrado, la parte positiva del precedente rapporto, modificando la sua qualità di vita e quella della sua famiglia.

Domanda a Fabien (DAF)Da dove viene l’idea di questo film?
Idea del produttore che aveva visto un film d’altro tipo sulla stessa tematica. Idea che è piaciuta anche a me. Sintonica con miei precedenti film come Diana a les épaules e La vraie famille.
DAF Nel film appare la chiesa con le sue assurdità burocratiche ma insieme l’umanità: come ha fatto a trovare un equilibrio fra le due?
L’interesse per la religione non mi ha mai lasciato. Mi colpiscono però certi aspetti, per la loro assurdità. Cose bellissime, cose divertenti, cose assurde. Non mi posso definire credente. Per la costruzione della sceneggiatura ho incontrato preti, ecclesiastici, persone che avevano ottenuto l’annullamento. Riconosco che i preti si sono addentrati nelle questioni dell’amore e della sessualità. Anche se in un modo che spesso rasenta il ridicolo.
Domanda a Laure (DAL)Il personaggio che lei impersona è molto complesso.
Mi è piaciuta enormemente la sceneggiatura scritta da Fabien. Direi che non si è scelto se questo film dovesse essere comico o drammatico. In certi casi, come nella scena dell’idromassaggio, si poteva spingere un po’. Ma con dei partner molto bravi io mi butto nelle situazioni, che poi risultano vere. Quello che mi ha appassionato è che i due hanno solo una pratica da sbrigare. Ma a poco a poco riemerge l’amore che provavano da giovani. A un tratto ritorna la giovinezza. La frase non mia ” Abbiamo voluto cambiare il mondo ma il mondo ha cambiato noi” esprime bene quello che sembra essere successo a Marguerite. Che però, nelle traversie che affronta, riscopre l’amore che aveva provato.
DAF Viviamo in un paese, l’Italia, di cultura cattolica. Fin da piccoli i bambini ricevono insegnamenti religiosi. Nella sua filmografia si vede che lei è interessato alla religione, come nel corto “Comme un chien dans une église” o questo film di cui si parla ora. Considerando che questo film sarà distribuito nelle sale a marzo 26, pensa che abbia la forza dl mettere in evidenza cosa implica aderire alla religione? Perché, come dicevo, molti si trovano imbrigliati in qualcosa che non hanno scelto.
Fare proseliti con i miei film no. Però sono sempre stato abitato dall’interesse per la chiesa.
Per quel che riguarda il corto, avevo visto il film di un regista messicano, girato in una chiesa percorsa da cani, come fosse un parcheggio. “Anche io sono come un cane, quando entro in chiesa?” mi sono chiesto. Naturalmente no. Ma a me piace filmare le chiese, che spesso sono molto belle.
 DAL Se l’anno passato a France Odeon non avessi visto il suo film Mon inséparable le avrei chiesto se i registi la scelgono per interpretare donne allegre, perché il suo viso esprime allegria anche se lei non ride.
Io non scelgo. Non ci sono vere differenze. Faccio un esempio: se uno casca, dipende da contesto se sarà dramma o commedia.
Sono diventata famosa per essere divertente. Ma L’origin du mal è un film drammatico e io impersono un personaggio inquietante. Ho sorpreso tutti. Non potevano credere che fossi io!
Quello che conta per me, per lavorare bene, sono i rapporti che si creano con la troupe e fra colleghi.
DAF Come si è preparato per svolgere il film?
Il mio lavoro d’inchiesta è stato facilitato dal fatto che a Parigi conosco un ricercatore di diritto canonico. E’ stato fondamentale. Mi ha descritto tutto il processo. Si arriva a Roma, alla Sacra Rota, se non si è riusciti ad ottenere l’annullamento dal tribunale ecclesiastico locale.
DAL Visto il titolo del film, è cambiata la sua concezione dell’amore?
E’ stato appassionante. Si esplorano i propri sentimenti. Ho adorato questo lavoro. Ma non trovo una risposta alla domanda. Per il mio rapporto con la religione, ricordo che avevo uno zio oratorien, molto simpatico, credo dissidente, Gli chiedevo di essere battezzata, e ho dovuto cominciare un corso di catechismo. Mi avevano esaminato, ma il verdetto era “NO”, non adatta al battesimo. Io insistevo, forse perché ero innamorata dello zio. Quando finalmente lui mi ha concesso di essere battezzata, io, che avrò avuto 10 anni, avevo avuto delle disillusioni e non volevo più farlo. Risultato: quando mi ha bagnato la fronte con l’acqua, mi ha preso un riso irrefrenabile. Mi sono vergognata. Gli ho chiesto scusa. Ma lui non era minimamente in collera.
DAF Come si è trovato a girare a Roma?
Ero  felicissimo all’idea. Mi ispiravo a registi come Bellocchio o Moretti che l’avevano fatto.
Mi ero preparato a girare corse in motorino e bei panorami. Ma, dati i molti lavori legati al Giubileo, le riprese le ho fatte dai finestrini della macchina o dal vetro del Bus e, comunque, niente di turistico. Il che ha però giovato al film, perché il paesaggio era in sintonia con l’azione. La grande fatica di sbrogliarsi nei meandri della burocrazia ecclesiastica. Però poter girare in un fastoso salone di Palazzo Farnese ha dato credibilità, il giusto valore, alla scena del Papa nero.
DAF Motivi che lo hanno spinto a parlare di annullamento di matrimonio.
Il produttore e un mio personale desiderio di rielaborare il mio divorzio. L’amore si accumula. Si trasforma in sedimenti che si stratificano uno sull’altro.
Con questo film volevo dire alla mia ex che quello che è stato rimane.
DAF Quando esce il film in Italia?
L’ultima settimana di marzo 2026. Dopo essere uscito in Francia
Per concludere
Come li ha presentati il Direttore artistico Ranieri -Martinotti, l’attrice Calamy è un fuoco d’artificio e il regista Gorgeart è un Bengala. Vedendo il film,
forse più che dall’intervista, troverete giusta la definizione

On ira(Buon viaggio, Marie), un delizioso road trip al 17.mo France Odeon

On ira, di Enya Baroux , è un film che,  sotto forma di delizioso road trip,  tratta un  argomento attuale anche in Italia, dove si lotta per l’eutanasia,  visto l’invecchiamento della popolazione e la mancanza di una legge apposita. L’invecchiamento porta con sé, in molti casi, una malattia incurabile che dà tanto dolore. Marie, una dolce e piacevole ottantenne, è appunto nella condizione di essere sfinita dalla malattia incurabile. Ha nascosto a lungo il suo stato al figlio Bruno, troppo immaturo e inaffidabile, e alla nipote adolescente Anna che le vuole molto bene. Ma ha preso la decisione di andare in Svizzera per l’eutanasia. Due i problemi: farsi accompagnare in Svizzera e, soprattutto, far capire al figlio e  alla nipote che la debbono aiutare a mettere in atto la sua volontà, senza litigi, comprendendo che è un suo desiderio concludere ora la sua vita. Malgrado le premesse, il film, pur non nascondendo le problematiche che Marie deve fronteggiare, riesce a tratti a diventare commedia, ma soprattutto fa chiaramente capire che la decisione di morire è una  libera scelta di Marie, in piena consapevolezza . Non raccontare qui  i piccoli episodi che si svolgono nel road trip verso la Svizzera è una scelta, per non sottrarre nulla al piacere della sorpresa in un film così poetico e, ad un tempo, scherzoso.  Si potrà vederlo nelle sale già dal 20 novembre,  con il titolo “Buon viaggio, Marie”                                                   

Raccontando France Odeon

Raccontando France Odeon

Quest’anno il Festival del cinema francese di Firenze celebra 40 anni di storia: un lungo percorso iniziato con France Cinéma e che continua oggi con France Odeon. Quattro giorni, dal 30 ottobre al 2 novembre, durante i quali arriva dalla Francia la migliore produzione filmica dell’anno in anteprima, con attrici e attori che incontrano il pubblico in sala, con presentazione di libri e una mostra fotografica che espone anche molti manifesti dei passati France Odeon e France Cinéma.

Alcuni film da segnalare

Da segnalare un film, Le Mage du Kremlin, ispirato da un libro scritto a Firenze, che sarà proiettato fuori concorso l’ultimo giorno per darci un thriller ad alta tensione, dove la Storia si intreccia con la Politica. Vedremo pure un thriller psicologico, Vie Privèe, con la bravissima Jodie Foster, film che il direttore artistico Francesco Ranieri Martinotti ha preferito a varie altre possibilità. Molti altri validissimi, di cui si parlerà in dettaglio. Tutti i film introdotti dal Presidente Castaldi, fondatore del Festival, insieme a Francesco.

Il famoso regista Hazanavicius interviene al Festival non con un film, ma come scrittore di un libro sui combattenti ucraini, libro corredato di disegni da lui fatti sul campo della guerra. Lode al suo impegno civile.

Il tappeto rosso di France Odeon

Con l’ arrivo di tante personalità dello spettacolo, i responsabili di questo piccolo grande Festival hanno pensato come sostituire degnamente un tappeto rosso, che sarebbe stato impossibile stendere lella trafficata via del centro di Firenze su cui si affaccia il Cinema La Compagnia. Ed ecco l’idea geniale del direttore artistico: le moto rouges, a bordo delle quali il cast dei film raggiunge la Compagnia. Sono 2, un Falcone 500 del 1954, e da quest ‘anno, un’altra Guzzi, una Zigolo 110 del 1964.

Convegno Italia-Francia.

Un Convegno sull’AI, legato ad uno dei film proiettati(anche per le scuole), Dalloway, affronta i problemi legati a questa pervasiva tecnologia da due prospettive principali : l’influenza sul lavoro creativo e la crescente capacità di acquistare sensibilità umana di AI. Relatori Matteo Fedeli e Pascal Rogard, direttori generali della SIAE e della SACD, C’è Juana Torres, INRIA e il regista Michel Hazanavicius. Modera Ranieri Martinotti.

Una pre-apertura dedicata ai miti

La serata inaugurale è preceduta da un pomeriggio celebrativo di due miti. Si è voluto creare qualcosa di intimo, più adatto a ricordare , con tutto l’affetto che merita, Claudia Cardinale, scomparsa pochi giorni fa.

Claudia è protagonista con la Bardot di un western, Les Pètroleuses, scelto perché francese-regista Christian-Jaque, ma soprattutto, credo, per celebrare la sua erompente fisicità, mai sbandierata durante la sua lunga carriera, fatta di molti film d’autore, e condotta mirando alla simpatia e alla semplicità più che all’aspetto fisico.

Secondo mito celebrato nella pre-apertura è il regista Luis Malle. Con un documentario a lui intitolato di Claire Duguet, uscito alla Mostra di Venezia di quest’anno. Attraverso la ricostruzione di vita ed opere del regista si viene sballottati piacevolmente in atmosfere diversissime, come diversi sono stati gli argomenti trattati dal geniale Luis, aventi quasi tutti un messaggio etico e una capacità di raccontare molto personale, senza maestri né seguaci.

La malattia mentale e il Cinema. Il film Elisa di Leonardo Di Costanzo.

In agosto 2025 ben tre film sull’argomento malattia mentale sono stati proiettati nei Festival, uno, Elisa, alla Mostra di Venezia e due, Blue heron e Rosemead, al festiva di Locarno.

Aumentato interesse del Cinema per la malattia mentale?

L’interesse verso i malati psichici potrebbe essere legato all’apparire in cronaca, quasi quotidianamente, di rapporti umani malati, che spesso sfociano in delitti. Per vedere se l’aumentato interesse del Cinema per la malattia mentale corrisponde al vero, ho studiato l’elenco dei top 20 film che JustWatch ( https://www.justwatch.com/it ), la più grande guida al mondo di contenuti in streaming, ha stilato per il 10 ottobre, Giornata Mondiale della Salute Mentale. Vi sono elencate le migliori descrizioni che il Cinema ha prodotto sull’argomento Mente Umana in molte sue sfaccettature negli anni dal 1975 al 2015 . Dall’elenco ho estratto 11 film che che trattano di malattie mentali. Una mia ricerca personale  ha portato ad aggiungere 9 film, a partire dall’anno 1965( I pugni in tasca). Quindi 20 film in 60 anni stanno ad indicare un film ogni tre anni sull’argomento. Confermando un aumentato interesse nell’oggi di registi e produttori nel creare personaggi disturbati, di cui narrare, con l’aiuto degli attori, più profondamente i comportamenti.

Se i due film di Locarno sono in attesa di essere distribuiti, il film Elisa, di Leonardo Di Costanzo, è stato distribuito nelle sale appena uscito a Venezia. Segno evidente che è stato giudicato molto interessante per il pubblico.

Come il regista di Elisa si avvicina alla malattia mentale.

Vediamo in particolare se il regista di Elisa si avvicina alla malattia mentale con  maggiore maestria di molta stampa e di certe sentenze dei tribunali, che continuano ad usare formule stereotipate, inadeguate alla variabilità dei singoli crimini.

Due i protagonisti. Il criminologo Alaoui (Roschdy Zem),insieme professore universitario e scrittore di libri che registrano dialoghi con criminali. Di solito incontra tre volte i detenuti che hanno accettato un colloquio con lui, in cui trattano del delitto commesso. Con il materiale raccolto scrive i libri.

L’altra protagonista principale è Elisa, che dieci anni prima ha ucciso la sorella. La interpreta Barbara Ronchi, un’attrice straordinaria. Il suo sguardo, ora vuoto, ora misterioso, è indagato dal regista in continuità, in primi piani che non le danno requie . Non sai mai a quali sensazioni corrispondano le parole con cui narra se stessa. Recitare quel copione deve essere stato di enorme impegno.

Come si sviluppa il racconto.

Il professore criminologo ascolta, e registra. Fa interventi assertivi, duri, brevi. Non si mostra per nulla invitante. Tuttavia lei parla. Finché un giorno gli fa una domanda, a cui lui si rifiuta di rispondere, giustificando il diniego col fatto che lei sarebbe portata fuori strada nella sua ricostruzione, se si parlasse di lui. Elisa gli aveva detto di aver trascorso 10 anni senza mai parlare dell’omicidio, quindi il criminologo è convinto che aver accettato di parlarne con lui gli dia pieni poteri. . La razionalità è fuori luogo in una situazione di malattia mentale. Il suo diniego infatti rompe il rapporto che si era creato fra i due. L’effetto su Elisa è di non ottenere aiuto ora che per la prima volta lo chiede. Eppure si era rammaricata, in precedenza parlando con lui, di non aver saputo chiedere aiuto ai suoi! Risultato: interrompe le confessioni.

Perché la struttura carceraria ha accettato di proporre alla detenuta di incontrare un criminologo.

Fin dall’inizio del film mi sono chiesta perché la struttura carceraria avesse accettato di proporre alla detenuta di incontrare un criminologo. Il lavoro di questo professionista consiste nell’esaminare le dinamiche criminali di un delitto per individuare il colpevole e velocizzarne la cattura. E’ quindi una ragione di studio che lo fa entrare in carcere. Studi che confluiscono nei suoi libri. Qui a Elisa c’era da proporre, non una confessione, ma la cura. Il carcere costruito nel film da Di Costanzo è una struttura ideale, come ideale è che un carcere proponga ai detenuti la cura. Il film si basa su di un fatto realmente accaduto, ma è chiaro che è in gran parte fiction. Anche il regista, che è pure lo sceneggiatore, si deve esser fatto questa domanda. Ha inserito un personaggio, interpretato magistralmente da Valeria Golino , che dichiara al professore che leggere i suoi libri e seguire le sue lezioni non le ha spiegato perché un giovane diviene criminale. Capire questo avrebbe forse lenito il suo dolore di madre cui hanno ucciso il figlio.

Il personaggio interpretato dalla Golino cioè fa capire che la causa dell’insuccesso del criminologo sta nel limitarsi a trascrivere le confessioni dei criminali, che , data la malattia, hanno una visione distorta delle loro motivazioni ad agire con violenza.

Vizi e virtù del racconto.

Il film(https://www.justwatch.com/it/film/elisa) prosegue in un modo totalmente improbabile. Narra che, dopo un lungo periodo, Elisa riprende il colloquio, addirittura chiedendo scusa al criminologo di essersi comportata male con lui!

Va riconosciuto però al film di aver costruito in profondità il personaggio Elisa, che è in grado di avvicinarci al dramma dell’enormità della violenza inflitta alla sorella.. Peccato che questo immane sforzo di lei non sia accolto da uno psichiatra in grado di curare il suo pensiero distorto.

Conclusioni.

Un bravo psichiatra non può non vedere l’eccessivo ottimismo del finale del film. Agli spettatori viene fornito un messaggio semplificato per velocizzare, in linea con questo momento storico del “Tutto e subito“, situazioni che hanno bisogno di tempi lunghissimi per evolvere.

Il film ha ottenuto il premio Signis con la seguente motivazione: per l’universalità del messaggio e il coraggio di indagare la presenza di un lato oscuro nell’animo umano, concentrandosi sul percorso di Elisa dalla negazione all’accettazione della colpa e alla possibilità di redenzione. Anche qui, è depistante l’accenno, nella motivazione del premio, al lato oscuro perché dà l’idea che tutti gli esseri umani hanno in sé la possibilità di uccidere. Vero è che soltanto i malati di mente arrivano ad uccidere. I sani di mente ( guerre a parte) mai.

La sedicesima edizione del Middle East Now Festival dal 7 ottobre a Firenze

Radical Imagination

Radical Imagination è il tema di questa 16ª edizione del Middle East Now Festival , che si terrà dal 7 al 12 ottobre al Cinema La Compagnia, al Cinema Astra e anche online sulla piattaforma MyMovies per quel che riguarda cinema, documentari, talk e fumetto. Una mostra fotografica, la musica, una scuola di cibo, e progetti speciali si svolgeranno in altri luoghi cittadini. Il tema del festival Radical Imagination, si può vedere come una drastica scelta : usare l’immaginazione per sopravvivere ad una realtà spesso dolorosa, e addirittura intollerabile, figurandosi nuove visioni del mondo attuale. Da sempre attraverso scelte di film da parte dei direttori artistici-Lisa Chiari e Roberto Ruta- che smantellano vecchie e distorte rappresentazioni della realtà mediorientale. E i due aggiungono: “ Vogliamo risvegliare le possibilità di fronte alla disperazione, offrire nuove sfide di fronte al collasso: solo un’immaginazione radicale con il coinvolgimento di tutto il nostro pubblico ci consentirà di fare questo.”

 Il poster di Middle East Now 2025

L’immagine di Middle East Now 2025 è una donna che porta sulle spalle una fetta di anguria. Il rosso della passione, il verde della speranza e il bianco dell’innocenza, un frutto che cresce anche nei luoghi più difficili del mondo, resiste al caldo e alla mancanza d’acqua e dimostra che la natura non si arrende mai.

Anteprime italiane e un’ anteprima mondiale.

In programma 35 film, molti in anteprima italiana e uno in anteprima mondiale. Parecchi registi saranno presenti in sala. Un film del 2021, Son of the sun, della regista Tanya Traboulsi, ci fa rivivere l’esplosione al porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Il film, mai visto in Italia, segue il percorso di guarigione di Nehme dopo il terribile incidente e. in parallelo, il sorgere e il tramontare del sole sullo sfondo monumentale del porto stesso, dove quel giorno sono esplose oltre 2.000 tonnellate di nitrato di ammonio.

Due bei film affrontano il mondo dei giovani, Nel primo, Têtes Brûlées di una regista tunisina esordiente, Maja-Ajmia Yde Zellama, la protagonista è una ragazza di seconda generazione di vita a Bruxelles. E’ in bilico fra il richiamo della cultura europea in cui è cresciuta e quella del Magreb da cui la famiglia proviene. Il secondo, Bidad,  di Soheil Beiraghi , racconta di Seti, generazione Z persiana, che vorrebbe fare la cantante. Le sue esibizioni canore sono formidabili. Ma la sua insegnante glielo proibisce, citando i dettami della legge islamica in vigore nel paese. Seti è però lontana come mentalità da questa imposizione, essendo del tutto affine ai suoi coetanei di tutto il mondo. Con Bidad, Soheil Beiraghi mostra come l’arte, sia musica o cinema, può diventare una forma di resistenza contro la censura.

Tanti gli eventi speciali, per un’immersione nella cultura mediorientale e nell’ attualità. La mostra fotografica di quest’anno, dal titolo Beirut, Recurring Dream, della regista Tanya Traboulsi, a cura di Roï Saade, è come il sogno ricorrente di una Beirut pacifica. Si apre giovedì 9 ottobre alle 18 in Via San Gallo 53r, alla Srisa Gallery, dove sarà visibile fino al 29 ottobre 2025

Gaza e Palestina

Gaza e la Palestina sono ovviamente i principali protagonisti. Il film di apertura, Yalla Parcour, è destinato ad essere un prezioso documento di Gaza perché girato prima del 7 ottobre. Il paesaggio è già devastato. ma ancora lontano dalla completa cancellazione che ha subito negli ultimi tempi. Vediamo, attraverso gli occhi della regista, Areeb Zuaiter, una città tormentata ma in cui gli abitanti mostrano una stupefacente perseveranza.

A Gaza sarà pure dedicato il talk finale, domenica 12 ottobre alle 11, dal titolo Gaza immaginata, Gaza immaginaria, la Gaza che immaginiamo. Una tavola rotonda che parte dalla drammatica realtà della Striscia di Gaza, dove da due anni è in corso un genocidio, che esplora possibili visioni di un territorio un tempo vitale, ora ridotto a terra di nessuno. Un’occasione per riflettere su memoria, futuro e prospettive, con giornalisti, storici e urbanisti che vivono, studiano e lavorano in quei luoghi. Con Maria Chiara Rioli, storica; Chicco Elia, giornalista; Alessandra Annoni, giurista; Rawad Choubassi, urbanista; Loay Elbasyouni, astrofisico e astronomo (in collegamento), Anna Di Giusto (autrice di “La Nona Candela” – Carmignani Editrice), Guy (attivista pacifista israeliano). Moderata da Laura Silvia Battaglia

Eating Middle East

Mercoledì 8 alle 20 alla Compagnia, prima dei film della serata( fra cui Têtes Brûlées e Son of the sun ), appuntamento con gli aperitivi – degustazione “Eating Middle East”, viaggio speciale nei sapori della cucina palestinese a cura di Silvia Chiarantini con il supporto di Atomic Falafel.

Sempre il cibo protagonista sabato 11 alla Compagnia dove si incontra lo chef palestinese Sami Tamimi , co-animatore dei celebri ristoranti londinesi Ottolenghi. La sua cucina è un atto di identità e resilienza. Tamimi presenta il suo nuovo libro Boustany. A Celebration of Vegetables from My Palestine. In dialogo con Silvia Chiarantini e Fidaa I A Abuhamdiya (autrici di “Pop Palestine. Viaggio nella cuicina popolare palestinese). Tamimi farà anche. Domenica 12 alle 10.30, un Workshop culinario alla Scuola d’Arte Culinaria Cordon Bleu (Via Giuseppe Giusti 7).

Un grande viaggio

I 35 film, con le loro storie talvolta poetiche, talvolta molto forti, ci faranno viaggiare in Afghanistan, Algeria, Giordania, Libano, Iran, Libia, Palestina, Iraq, Siria, Egitto, Marocco, Tunisia, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. Siria, Marocco, Sudan, Iraq, Afghanistan, dove  le vicende sono ambientate Questo interessante Festival, che abiura la guerra, apre la serie di Festival della 50 giorni di cinema a Firenze, che si svolge nella città tutti gli anni con la sponsorizzazione, fra gli altri, della Mediateca, del Comune e della Fondazione CR.

24/mo River to River, il Florence Indian Film Festival

The Great Indian Family

The Great Indian Family

River to River, il Florence Indian Film Festival, in un rinnovato fluire di immagini (quelle delle foto di una mostra e quelle dei film), di talk, di incontri fra l’Ambasciata Indiana e le Istituzioni italiane, delinea la vita passata e presente del continente asiatico. Ha avuto luogo per la ventiquattresima edizione al Cinema La Compagnia. A parte la Mostra fotografica, che si tiene in via di Mezzo, alla B.east Gallery.

Ventidue film, in prima italiana e europea,

Ventidue film, in prima italiana e europea, proiettati per 6 giorni, dal 5 al 10 dicembre, nell’ambito della 50 giorni di Cinema a Firenze, sotto l’egida della Mediateca, Fondazione Sistema Toscana. Un omaggio a giganti del grande schermo. Quasi metà dei registi scelti sono donne. Da opere sperimentali a successi che hanno sbancato il botteghino. In Concorso lungometraggi, documentari e corti. Fra una proiezione e l’altra talk e cooking show. C’è pure Our Big Punjabi Family, l’irresistibile web serie che segue le vicende di Sitara – terapista familiare – e di suo marito Sunny –imprenditore tecnologico – che tornano a vivere con la famiglia di lui dopo aver perso tutti i loro soldi in un cattivo investimento di Sunny.

.Ambasciata Indiana a Roma

Come di consueto, l’Ambasciata Indiana a Roma manda alla Conferenza stampa fiorentina inaugurale una sua rappresentante e un videomessaggio dell’Ambasciatrice. La costanza di Selvaggia Velo, creatrice e direttrice artistica, nel portare a Firenze, dal 2001, anno dopo anno, una accurata e appassionata selezione della cinematografia indiana, è premiata dal nuovo accordo fra le istituzioni dei due paesi sul progetto di far girare questo Florence Indian Film Festival, l’unico Festival del Cinema Indiano in Italia, anche in altre città italiane.

Film inaugurale e film finale

Il film inaugurale, The Great Indian Family, del regista campione di incassi Vijay Krishna Acharya, è un esplosivo comedy-drama interpretato dal divo Vicky Kaushal. Tra coreografie in puro stile Bollywood affronta un tema cruciale:le differenze di lingua, cultura, religione fra donne e uomini vanno considerate sovrastrutture e quindi non possono essere prese a pretesto per crearsi dei nemici o perdere il concetto che nella nascita sta la nostra eguaglianza di esseri umani. La scena con i due neonati è talmente efficace nel rendere ovvia questa tesi che, anche coloro che non amano Bolliwood e uno stile per noi un po’ melenso che a tratti compare nel film, debbono assolutamente vederlo. E’ già stato distribuito con successo in America e Inghilterra. In Italia ci auguriamo che qualcuno lo distribuisca.

Il film finale, Everybody Loves Sohrab Handa, è un’irresistibile commedia in giallo firmata dal guru del cinema indipendente Rajat Kapoor. Proiettato alla presenza dell’attore protagonista Vinay Pathak.

Lungometraggi in Concorso

I principali argomenti trattati nei lungometraggi in concorso per il premio del pubblico sono contrasti tra tradizione e mondo che cambia (Laapataa Ladies), visioni distopiche (Ennennum) e storie di quotidiana follia (Logout).“Laapataa Ladies” concorre all’Oscar di Kiran Rao: storia di due giovani spose che, a causa dell’abito matrimoniale identico e del velo che copre a entrambe il volto, durante un viaggio in treno si ritrovano scambiate dai rispettivi mariti. La situazione finirà per portare alla luce il lato oscuro dei matrimoni combinati, la persistente tradizione delle nozze forzate e la violenza che spesso dilaga tra le mura domestiche.

Logout di Amit Golani, la vicenda di un giovane influencer (Babil Khan) che vede il suo mondo vacillare quando un fan gli ruba il telefono minacciando la sua notorietà. Una potente interpretazione di Babil, giovane figlio d’arte, e una sceneggiatura avvincente che tratta dell’attuale uso del cellulare fra l’influencer e i suoi fan, terribilmente nocivo per la vita di entrambe le categorie.

Ennennum di Shalini Ushadevi, in cui una coppia decide di sperimentare un costoso impianto che dona l’immortalità. Si trovano in balia del proponente, un assicuratore che mira unicamente a alla firma del contratto, senza illustrarne i feedback negativi. Si vive un’angoscia crescente per le ripercussioni che l’eventuale accettazione della proposta ha sul rapporto di coppia.

The Mehta boys è incentrato sul rapporto malato fra un padre tirannico e il figlio maschio. Un rapporto di imposizione delle proprie idee che ha fatto del figlio un uomo fragile. Si vede invece con quale gentilezza è capace di trattare una giovane donna. Col risultato che lei si intenerisce e prende addirittura le sue difese criticando il (comprensibile) modo in cui il figlio tiene a distanza il padre. Una descrizione dei guasti del Patriarcato, che sottomette la donna e educa il figlio maschio a tramandare la tradizione, rinnegando il nuovo che avanza.

Il premio del pubblico è stato attribuito a Laapataa Ladies

Cortometraggi in Concorso

Come ogni anno River to River propone una selezione della migliore cinematografia breve prodotta in India e inedita in Italia, frutto del lavoro di giovani registi emergenti. In Bandar (Monkey) di Geet Gangwani, due fidanzati si trovano a dover affrontare la sfida di una relazione a distanza.

The Apple di Mayank Sharma, due bambini evidenziano la classe sociale diversissima nello scambio di una mela, cibo ostico per il ricco, sopravvivenza per l’infinitamente povero. Un dolce finale a sorpresa, che fa del corto un messaggio incisivo.

Croak Show di Suresh Eriyat è un gustoso film d’animazione per un concerto di musica tradizionale indiana in mezzo alla foresta. Altri lavori indagano il tema della casa “Domestic Help” di Raveesh Jaiswal, un clown che non ha avuto successo lavora come domestico per una donna impegnata a stilare una lista infinita di cose da fare; “Home” di Nina Sabnani, una bambina racconta la storia della propria famiglia durante la Partizione del 1947. iN Dos Mujeres di Shankey Srivasan, una donna indiana e una messicana affrontano ogni giorno le difficoltà di essere immigrate negli Stati Uniti. Premio al miglior cortometraggio va a  va a Rsvp di Perna Ramachandra (USA, 2024, 14’), storia di una una ragazza che, dopo la morte del padre, si trova contemporaneamente ad affrontare il lutto e a cercare di capire l’inattesa reazione della madre.

Un omaggio a Raj Kapoor

Attore, regista e produttore leggendario, Raj Kapoor (1924 – 1988), noto per grande professionalità e per i ruoli di vagabondo allegro e onesto nonostante le avversità da lui interpretati, è considerato uno dei più influenti rappresentanti della settima arte nel Subcontinente. Popolarissimo non solo in India, ma anche nel Medio Oriente e in Unione Sovietica, Cina e Sud-est asiatico, Kapoor ha dominato Bollywood durante il suo periodo d’oro (1940-60). Molti tra i suoi film sono annoverati tra le opere cinematografiche più acclamate dell’India. E’ suo il merito di aver portato la cinematografia indiana alla ribalta mondiale. Selvaggia Velo, per la notorietà del suo River to River, ha ottenuto di proiettare a Firenze l’8 dicembre il capolavoro “Awaara”, sei giorni prima dell’inizio dei festeggiamenti in patria per il centenario della nascita di Kapoor. A dimostrazione del grande apprezzamento che questo festival si è guadagnato presso i familiari di Kapoor e presso la società indiana tutta. Il film tratta la vita di un bimbo senza padre.  Il padre giudice ha buttato fuori di casa la moglie incinta, dando retta a voci che, senza prove, sostenevano che il figlio non era suo. Il film è una denuncia dello stato di miseria senza riscatto di chi è senza padre, un inno all’Amore che supera le caste e, insieme, un racconto con balli scenografici di grande valore.

L’India in cucina

Al termine del documentario Mother’s tongue, dove la cultura punjabi si riscopre attraverso la cucina, gli spettatori hanno assistito al cooking show dello chef Basheerkutty Mansoor, creatore di Nura, primo food truck di cucina indiana in Italia che serve piatti tipici del Kerala. Per tutta la durata della manifestazione è stato possibile gustare i suoi piatti al caffè del Cinema La Compagnia.

Mostra The shape of self di Alessio Maximilian Schroder

18 gli scatti in mostra, tutti realizzati in analogico, per questo lavoro mai esposto prima. E’ una personale che trova casa all’interno del River to River. “The Shape of Self” nasce per rivendicare il diritto delle comunità transgender e transessuali del Bengala Occidentale ad esistere e ad essere riconosciute. Rimane oltre la chiusura del festival, fino al 5 febbraio, in via di Mezzo 40 presso B.east Gallery.

Conclusioni

Sfido chiunque ad aver seguito tutto ciò che è stato proposto in questo festival. Ho descritto solo gli eventi cui ho partecipato in questa 6 giorni densa di occasioni che delineano la vita passata e presente del continente asiatico. Dai film si evince che la società è protesa verso le tecnologie più avanzate ( vedi ad esempio Logout), ma conserva pesanti tradizioni di patriarcato, sul cui peso le donne giovani ancora si ingannano ( The Mehta boys). Lo stile Bollywood compare, sempre gradito per i costumi da favola e la bravura dei ballerini, ma la maggioranza dei film di questa edizione affronta problemi attuali o addirittura avveniristici, senza balli folcloristici per addolcirne la drammaticità.

Premi al 16 France Odeon

 

En Fanfare

Premiato dal pubblico di France Odeon En fanfare. E’ piaciuto anche ai distributori per l’Italia dove però ne hanno storpiato il titolo, che in Italiano “suona” L’0rchestra stonata. Spero non allontani il pubblico da questo piccolo gioiello. Il film parla di orchestra e di banda musicale in difficoltà nel trovare un nuovo direttore, ma il punto dela storia è ben altro. La grazia sottile, a tratti comica, la musica classica travolgente dell’orchestra e quella più ritmata e di facile comprensione della banda spingono a dare a En fanfare il significato di “Tutti insieme in allegria”. Perché la musica è in grado di creare unione e portare serenità anche se gli eventi sono drammatici.

Raccontare per immagini è la chiave del successo di un film. Qui il regista, Emmanuel Courcol, aggiunge la musica al piacevole scorrere delle immagini e crea nuovi significati e grandi emozioni. Narra la storia insolita di un direttore d’orchestra di successo, Thibaut, che contrae una leucemia mortale. Può salvarsi solo con un impianto di midollo spinale compatibile. Complicazione immane questa della compatibilità. La probabilità dell’incontro con un donatore compatibile è di uno su un milione. Si tenta con i parenti stretti, ma….

Nella ricerca il protagonista si imbatte nei suonatori della banda di un paese di provincia. La musica della banda, così diversa dai suoi Mozart o Ravel, diventa per Thibaut un legame con la sua possibilità di vita perché un suonatore di tromba della banda, Jimmy, può essere il donatore. Bellissimo il contrasto fra il mondo fatato di Thibaut e quello operaio di Jimmy. In provincia regna la crisi del lavoro, di cui risente la banda, fatta di dilettanti che si arrabattano a suonare extra lavoro. Essi però costituiscono un bel campione di ruvida umanità.

I due tipi di musica accompagnano e sottolineano le varie fasi dello sviluppo della storia e i cambiamenti che il rapporto fra Thibaut e Jimmy induce in entrambi.

Mon inséparable.

Mon inséparable, premiato come miglior film dalla giuria  del Festival.

Nel film la regista Anne -SophieBailly ha scelto di trattare un argomento difficilissimo, la fine di un rapporto simbiotico fra madre (Mona) e figlio con ritardo mentale (Joel), nel momento in cui lui, innamorato di una ragazza del gruppo di cura, fa consensualmente all’amore con lei. Sempre d’accordo, decidono di tenere il bambino concepito nel rapporto. La parte di Mona è affidata ad una bravissima Laure Calamy. Intorno a lei ruotano tutti gli episodi narrati. Attiva e disponibile fino a che il rapporto con Joel è simbiotico, crolla in un distacco troppo rapido al manifestarsi di una indipendenza convinta del figlio.

L’altalenare fra i poli opposti del possesso e dell’abbandono la sfinisce. Mona rivela tutta la sua fragilità e anche la volontà di porre fine a quella che è oggettivamente, un’ingiustizia, ovvero l’essere stata abbandonata con il figlio ritardato dal marito, che si è rifatto una famiglia “normale”. Joel è addirittura più veloce di lei a porre fine a un rapporto ormai superato da quella che gli si prospetta come una nuova vita.

Con un vero capovolgimento del pensare comune, questo film ci fa apparire, alla fine, come comportamento veramente malato solo quello del padre di Joel verso Mona. Lei riesce a combattere e superare la possessività ormai fuori tempo per suo figlio.

Mikado

Premiato della giuria giovani  Mikado di Baya Kasmi, che con questo lungometraggio è passata dal genere comico ad un film socialmente impegnato nel trattare il dramma che alcuni bambini subiscono nelle famiglie di affido. Mikado(Felix Moati) è stato appunto uno di loro che, grazie ad un incontro con Laetizia(Vimala Pons), ha creato una famiglia, ralleegrata da due bambini. Famiglia in apparenza gioiosa, dove lui riesce a contenere i suoi problemi psichici. La fanciulla maggiore, Nuage( Patience Munkenbach) è adolescente, ben più grande del fratellino, e inizia a non apprezzare più la vita girovaga che Mikado e Laetizia conducono.

La casa è un pulmino, che permette loro di spostarsi dovunque. Agli occhi di Nuage questa libertà ha dei risvolti inaccettabili per costruire la sua vita. Lo scontro con i genitori, normale in adolescenza, qui assume toni insanabili. Sarà l’intervento di un professore, che li ha ospitati nel suo giardino, a dare una svolta alla vita girovaga di Nuage. Le scene del film sono calde e vitali, ma la semplificazione dei problemi psichici che, malgrado la buona disposizione d’animo, permangono in Mikado e appaiono in Nuage, porta ad un lieto fine poco credibile e, vista la drammaticità del problema di fondo, il maltrattamento dei bambini, anche ad una sottovalutazione dei danni inflitti in tenera età, che non basta la bontà a guarire.

Premio Sguardi Mediterranei a Le royaume di Julien Colonna e a Michel Boujenah per Père et fils.        Per questo film si rimanda a https://www.gal-y-leo.net/cinema/il-france-odeon-cinema-festival-2024-ha-onorato-una-promessa/

Premio Speciale della giuria a Le Choix  di Gilles Bourdos e Foglia d’Oro d’onore a Vincent Lindon, interprete del film. (https://www.gal-y-leo.net/cinema/intervista-a-vincent-lindon/)

Intervista a Vincent Lindon

Vincent Lindon, ospite d’onore della 16ma edizione di France Odeon, ci ha elargito con grande generosità e schiettezza alcuni dei segreti che ne fanno un attore pluripremiato.

E’ possibile ricostruire un’intervista, riportando le sue risposte ad alcune domande a lui fatte nelle tre sedi in cui ha parlato,  il Grand Hotel Excelsior per  la conferenza stampa di presentazione di Jouer avec le feu, la sala degli elementi di Palazzo Vecchio per la Lectio magistralis e la sala del Cinema La Compagnia  per la presentazione  dei due lungometraggi che lo vedono protagonista, Le Choix e Jouer avec le feu, scelti dal Direttore artistico Ranieri Martinotti per questa edizione.

Quale è stata la motivazione che l’ha spinta a diventare un attore?

Una sera, a cena con amici, al termine di un ciclo di studi, ricevo una telefonata da mio padre, che mi incuteva una certa soggezione, in cui mi domanda: “Cosa hai intenzione di fare?” Gli rispondo che ci sto pensando. Mette giù. Suona di nuovo il telefono. E’ sempre lui che aggiunge:” Per me puoi fare qualsiasi lavoro, basta che ti alzi alle 8 tutte le mattine”

Alla Mostra di Venezia di quest’anno lei è stato premiato con la Coppa Volpi per la sua interpretazione in Jouer avec le feu. Cosa la spinge a fare anche qui una conferenza stampa per questo film che ha già una distribuzione in Italia (I Wonder Pictures)?

Effettivamente non so quanto ancora farò conferenze stampa. I giornalisti con il cellulare spesso ed i fotografi sempre passano il tempo della conferenza a scattare foto. Anzi, mettete via i cellulari per qualche minuto. Ha un senso l’incontro di persona se c’è un dialogo. Però mi sa che farò come certi attori del passato, che non accompagnavano il film. Io faccio il mio lavoro. Il pubblico ne deve pensare quello che vuole. Questa volta c’è anche una ragione per venire di persona. Sono con Benjamin Voisin e Stefan Crepon, i miei due figli nel film. Sono due giovani attori, con i quali c’è stato un vero scambio di competenze e una crescita di rapporto nel corso del film, anche grazie all’abilità delle due registe, Delphine e Muriel Coulin. Fate domande anche a loro.

Quando, in una delle ultime scene del film, suo figlio Felix(Benjamin Voisin), in tribunale, dopo il suo discorso di padre alla Corte, si volta verso di lei con un lungo sguardo, è uno sguardo di odio?

Va chiesto a lui. Ma comunque, per giudicare il contenuto delle espressioni di un attore, bisogna legarle al prima e al dopo. Ad esempio, se devo dire “La signora è bella” o “La signora è brutta”, la mia espressione è la stessa. Per interpretarne il contenuto ci si riferisce a ciò che è stato prima o sarà dopo.

Che cosa va fatto per migliorare la recitazione?

Per recitare bisogna sapere a memoria il testo senza la minima incertezza. Va ripetuto una quindicina di volte, come puro testo. Dopo si può recitarlo. Ci sono degli attori, tremendi, che per dire “Voglio un caffè” fanno lunghe interlocuzioni. Il testo va saputo, senza inventare nulla.

Poi a me piacciono gli incontri con il pubblico perché osservo i comportamenti e li memorizzo, pronto a ripescare nella memoria quello che può servirmi quando recito. E’ sempre possibile imparare, se si sa stare attenti a cogliere le reazioni della gente.

C’è un personaggio che è stato difficile da recitare nella sua lunga carriera?

Sicuramente quello di Joseph Cross, il solo attore visibile (gli altri sono voci al telefono) di Le choix. Un ruolo complicato per uno come me che è abituato a lavorare in gruppo. Quando ho rivisto La choix, stento a credere di essere io quello sullo schermo. E comunque mi chiedo come ho fatto a “tenere” così a lungo quello che, dal punto di vista dell’attore , è un monologo che dura più di un’ora. Di una cosa sono certo: un film di questo tipo non lo rifarei.

Lei è molto apprezzato da anni per le sue capacità straordinarie di attore. Sembra però che i premi…

I premi stanno arrivando solo da poco. Per anni si diceva che era strano che non fossi premiato. Ora i premi arrivano tutti insieme ad un punto della mia vita in cui mi interessano di meno. Sarebbe bello poterli spalmare su tutta la mia carriera.( per la cronaca anche in questo Festival ha ricevuto un premio per la sua interpretazione ne La choix). A questo punto mi faccio io una domanda, alla quale però non so dare una risposta.

Come mai, essendo io di una famiglia nobile, sicuramente alto borghese, sono sempre a interpretare operai o generici lavoratori?

Per provare a dare una risposta bisognerebbe conoscere in dettaglio la sua biografia. Comunque, da alcune sue dichiarazioni, appare evidente che voglia e capacità di imparare cose nuove siano una costante nella vita di Vincent Lindon.

Il France Odeon Cinema Festival 2024 ha onorato una promessa.

Questa sedicesima edizione di France Odeon ha mostrato, nei 5 giorni di durata, una serie di film veramente speciali, dai contenuti più vari, realizzata con attori validissimi. A parte La piscine (1969), omaggio ad Alain Delon a tre mesi dalla morte, tutti questi film hanno un distributore in Italia. Ad eccezione di uno, Père et fils, girato nel 2002.

Michel Boujeanah, regista di Père et fils, suo primo lungometraggio, aveva fatto una promessa al protagonista del film, Philippe Noiret, suo grande amico.

Durante la distribuzione di questo film di successo in molte parti del mondo, ma non in Italia, gli aveva promesso, a sua domanda, di cercare un distributore per l’Italia. Mentre Noiret era vivo, il regista ha fatto molte ricerche, ma non è riuscito a onorare la promessa fatta. E Noiret si rammaricava, perché avrebbe avuto la possibilità di  accompagnare il film a Bologna, Firenze, Roma, per dire alcune delle città dell’Italia che l’attore amava enormemente.

Aveva soggiornato in Italia nel ’75 e nell’82  per girare il primo e il secondo atto di Amici miei. Si era creato un back stage amichevole e scanzonato con Tognazzi, Moschin, Celi e in genere con tutta  la troupe dei  due film di Monicelli. Anche questi bei ricordi aumentavano la voglia di Noiret di tornare in Italia.

Per il regista onorare la promessa  era una spina nel fianco.

Per cui quest’anno Boujeanah, incontrando Ranieri Martinotti in una sala d’attesa della mostra di Venezia “gli è saltato letteralmente addosso” col racconto della sua ricerca. Un racconto che ha affascinato il direttore artistico di France Odeon. “Si, ti  proietto Père et Fils  a Firenze.”- gli ha assicurato. La sala de La Compagnia, luogo delle proiezioni di France Odeon, si è entusiasmata per questo film che, a più di 20 anni dalla sua creazione, è sempre attuale, molto riuscito. Qualcuno, quando si sono accese le luci fra gli applausi, a caldo si è offerto di cercare un distributore. Una storia a lieto fine? Speriamo.