France Odeon 16.

France Odeon 16, facente parte della 50 giorni di Cinema a Firenze, si svolge al Cinema La Compagnia dal 29 ottobre al primo Novembre. Tramite questo Festival arriva dalla Francia la migliore produzione dell’anno in anteprima, con attrici e attori che incontrano il pubblico in sala, mostre fotografiche e presentazione di libri.

Convegno Italia-Francia.

La mattina del 30 ottobre è dedicata al convegno Italia-Francia  su “Regole Naturali per Intelligenze Artificiali. Il diritto d’autore nell’uso dell’IA”, che si tiene  all’Institut Français. Un approfondimento del dibattito “5 proposte per un’intelligenza artificiale etica e rispettosa del diritto d’autore”, tenutosi l’anno scorso durante France Odeon 15. E’ importante lo scambio di opinioni e metodi per la drammaticità dei problemi da regolamentare, all’avanzare dell’ingerenza dell’AI nel campo della proprietà intellettuale. Molti autori ed attori hanno disertato quest’anno i Festival di Venezia e Locarno, per via di scioperi legati a queste motivazioni. Al dibattito collaborano SIAE, SACD e Murmuris.

Ospite d’onore di questa edizione.

Nel primo pomeriggio di giovedì 31 arriva l’ospite d’onore di questa edizione di France Odeon, Vincent Lindon, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla 81° Mostra del Cinema di Venezia nel film  Jouer avec le feu. Oltre a presentare il film in sala, ci regala una masterclass. Nello stesso giorno, dalle 16.30 sempre alla Compagnia. la presentazione del libro Cinéma mon amour – Cento film francesi da amare di Ignazio Senatore (Classi edizioni)

 Le giurie.

Componenti della giuria principale, insieme con Tahar Ben Jelloun, Milena Vukotic, Carolina Pavone e Maurizio Braucci, sceneggiatore di Gomorra di Matteo Garrone. La giuria assegnerà il Premio Foglia d’oro – Manetti Battiloro al miglior film in concorso e il Premio Sguardi Mediterranei. Ci sarà anche, come nelle precedenti edizioni, la giuria under 25, che incoronerà il film più amato dai giovani. Anche il pubblico voterà per attribuire il premio Foglia d’oro del pubblico.

 Franceodeon.com

Il programma dei film si trova al link Franceodeon.com. Prima della visione non parliamo dei film, per non togliere il piacere della scoperta. infatti spesso non è la trama a dare fascino ad un film, ma il modo in cui la storia è raccontata.

Una giornata aggiuntiva

Il 2 novembre il Festival si sposta a Fiesole, dove, alle 10.30, al Nuovo Teatro, lo scrittore, poeta e saggista Tahar Ben Jelloun incontrerà il pubblico, prima della proiezione de LA PISCINE (1986), un sentito omaggio al mito Alain Delon, recentemente scomparso. 

 

France Odeon ama il contributo dei giovani.

 Coinvolge i bloggers nella narrazione di questo Festival.

Ripropone anche quest’anno La Grande Visione, ovvero invita giovani artisti alle proiezioni perché creino  “dal vivo” opere  ispirate ai film in programma. Le opere saranno giudicate l’ultimo giorno del festival  dalla giuria principale.  Al vincitore  un premio di cinquecento euro.

Con  Prima fila #giovani, il Festival riserva agli under 25 che entrino in sala almeno 10 minuti prima dell’inizio dei film, le due file più vicine allo schermo. Posti che sono i più adatti a farti letteralmente entrare nella storia narrata, oltre a rendere più facile la lettura dei sottotitoli.

Alla 35ma edizione del Trieste Film Festival

Rinnovato interesse per il Cinema in sala.

Si respira, dalla fine dell’estate 2023, un rinnovato interesse per il Cinema visto in sala. I motivi sono sicuramente da ascrivere all’isolamento cui il  Covid ha costretto, nel tentativo di limitare il contagio. Ma anche l’arrivo “solo” al Cinema di più di un film di spessore- Film, questi, tutti selezionati dai Festival del Cinema. Una  idea per i distributori può essere quella di ispirarsi agli abbinamenti, fatti sempre in ambito festivaliero,  per suggerire ai gestori di proporre al pubblico due film, uno dopo l’altro,  con una piccola maggiorazione di prezzo.

Abbinamenti.

Ho trovato un bell’abbinamento, fatto da Nicoletta Romeo, direttrice artistica del 35mo Trieste Film Festival, la sera dell’ottavo giorno. Uno dopo l’altro erano in programma Stepne e Observing, due modelli di società a confronto.  Due film con uno stile ed un’ambientazione  diversissimi, ma che portano avanti, incredibilmente, lo stesso messaggio. Una narrazione lenta e poetica quella di Maryna Vroda, ucraina, per il film Stepne, all’opposto una narrazione rapida e tesa quella di Janez Burger, sloveno, per il film Observing.

Stepne

Secondo la Vroda, il suo film Stepne nasce dal desiderio di celebrare l’atmosfera di un villaggio ucraino dove a 4 anni la portarono i suoi genitori per farla vivere dai nonni. Ne scaturisce un film che possiamo definire, oltre che un ricordo intimo, una ricostruzione storica, suggerita da immagini di Stalin e dalle conversazioni fra amici e conoscenti di Stepne, seduti a tavola per renderle omaggio dopo la sepoltura. Il pranzo è organizzato dai due figli della donna, che era un punto di riferimento nel villaggio . Il premio attribuito alla Vroda dalla giuria del Premio Tieste- e prima la menzione tributatale a Locarno- riconoscono la sua  capacità di fare per immagini la descrizione di un modo di vivere fatto di solidarietà, accoglienza del diverso e vita in rapporto con gli altri, auspicabile a tutte le latitudini. Le riprese di paesaggi nebbiosi, invernali, con alberi senza foglie, creano un non luogo, funzionale al proposito dichiarato da Maryna di avere scelto questa trama come  un  auspicio di cambiamento della società odierna. Quello che poteva essere un ricordo melanconico diventa una speranza per la nostra società che sempre più scade nell’individualismo narcisistico.

Observing

La storia narrata in Observing è ispirata da un fatto di cronaca. Con un linguaggio ben diverso dalle atmosfere da fiaba del film precedente, l’uso di una tricamera che dà immagini che respingono lo spettatore , vi si  descrive  un’esecuzione postata  in diretta sui social, durata un’ora, che raccoglie 500mila like,  numero che corrisponde a un quarto della popolazione della  Slovenia, senza che nessuno degli spettatori chiami la polizia! Il regista, Janez Burger, è partito da un episodio realmente avvenuto in Slovenia nel 2017, nella moderna Lubiana. Nella realtà colui che ha prodotto il coma dell’uomo, che è morto poco dopo, ha preso 21 anni e 9 mesi di carcere. Colui che ha filmato la violenza gratuita , di calci spintoni e pugni, durata un’ora, è stato condannato a 20 anni e 9 mesi. Ma per i più di 500mila che hanno guardato la scena, inserendo like , senza chiamare la polizia, nessuna punizione. Da questa riflessione scaturisce il film che non perdona chi ha “osservato” senza intervenire.

Due modelli di società a confronto.

Una società coesa e solidale del villaggio di Maryna, che mi confida essere stato prodotto dalla durezza della dittatura di Stalin, ma che il suo film rende valida in ogni tempo,  viene messa a confronto con la deformazione del sociale,  magistralmente  descritta dal film di Janez, la cui  condanna degli spettatori passivi rafforza l’auspicio contenuto nel film di Maryna.

evanluci24@gmail.com

23° River to River, Festival del Cinema indiano

River to River, l’unico festival italiano interamente dedicato alla cinematografia indiana. E’ un evento molto atteso perché l’India vanta una delle principali industrie cinematografiche al mondo. I film, i documentari e i cortometraggi del festival ci permettono di penetrare la cultura, le tradizioni e le nuove istanze di una società estremamente variegata, di età media 29 anni nelle megalopoli, in cui stanno avvenendo profondi cambiamenti. In programma oltre 30 titoli tra prime nazionali ed europee. E’ a cura di Selvaggia Velo, che mantiene l’entusiasmo per portare a noi, anno dopo anno, novità e Storia di quella cultura attraverso il cinema e non solo. River to River conclude la 50 giorni di Festival del Cinema di Firenze.

Lungometraggi in Concorso
I lungometraggi sono votati dal pubblico Si assiste a confronti generazionali, contrasti tra tradizione e modernità, racconti di migrazione e storie di (stra)ordinaria determinazione. Si parte con “Footprints on Water” di Nathalia Syam (8/12 ore 20.30), dove il padre, immigrato clandestinamente in Gran Bretagna in cerca di un futuro migliore, cerca la figlia scomparsa(alla presenza del protagonista Adil Hussain e della regista Nathalia Syam), si prosegue con “Gulmohar” (9 dicembre ore 20.30) che segue gli ultimi giorni della famiglia Batra in quella che da oltre 30 anni è la loro casa, tra segreti del passato e conflitti dell’oggi(alla presenza dell’attore Suraj Sharma, noto come protagonista del film Premio Oscar 2013 “Vita di Pi” di Ang Lee). Tra i film in concorso anche il campione di incassi 2023 in India “Rocky aur Rani Ki Prem Kahaani” di Karan Johar (10 dicembre ore 20.00), storia d’amore Bollywood tra Rocky e Rani (le star Ranveer Singh e Alia Bhatt), tra rottura degli schemi e lotta al patriarcato con una colonna sonora strepitosa e coreografie spettacolari, e “Sherdil: The Pilibhit Saga” di Srijit Mukherji (11 dicembre ore 20.30), commedia dolce amara ispirata a eventi realmente avvenuti nella riserva naturale per tigri situata nel distretto indiano dell’Uttar Pradesh.
Documentari in Concorso
Riflettori puntati sui documentari, che quest’anno sono accumunati dal filo rosso della volontà dei protagonisti di affermare se stessi, e lottare per i propri diritti. Si parte con “At 23000 feet” di Kovid Mittal, che segue il regista stesso nel tentativo di scalare il gruppo montuoso del Gangotri, in Himalaya, affrontando paure e le difficoltà lungo il cammino (8 dicembre ore 18.00), le proiezioni proseguono con il delicato doc “Call me dancer” di Leslie Shampaine e Pip Gilmour, la vicenda del giovane Menish, deciso a perseguire il sogno di diventare un ballerino professionista anche contro la famiglia (9 dicembre ore 18.00); da non perdere l’inno contro gli stereotipi di genere “It’s time to rise up-I am a rickshaw puller” di KM Taj-Biul Hasan su Rahela Begum, ragazza madre e prima donna a intraprendere il mestiere di autista di risciò nella società tradizionalista e conservatrice del Bangladesh (12 dicembre ore 17.30) e “Fatima” di Sourabh Kanti Dutta, sull’attivista Fatima Khatun, ex sposa bambina, che ha avuto la forza di ribellarsi e combattere il traffico sessuale nella propria comunità nello Stato del Bihar al confinante con il Nepal, cercando una vita migliore per sé e per le generazioni future (12 dicembre ore 18.30 alla presenza del produttore Peter Kirby).

Cortometraggi in Concorso
Come ogni anno River to River propone una selezione dei migliori cortometraggi prodotti in India e inediti in Italia, frutto del lavoro di giovani registi emergenti. Ad aprire le proiezioni “Little Detective” di Abhishek Singh.Una bambina trova una richiesta di aiuto su una banconota e indaga insieme ai suoi genitori per scoprire a chi appartenga (alla presenza del regista); “Splash” di Kshitij Kumar Pandey. Un ragazzo riallaccia i rapporti con un’amica per la quale aveva avuto una cotta e tenta di consegnarle una lettera in cui le confessa i suoi sentimenti; “The List” di Gaurav Dave. Una coppia è dominata da liste per ogni cosa, finché un giorno accadrà un evento imprevisto; “Slam Dunk, Sehaj!” di Asis Sethi.Una donna vorrebbe seguire la propria passione, ma il marito non è d’accordo (10 dicembre ore 15.30). “Hinglish” di Ashish Varma, sull’importanza di conoscere l’inglese; “Kathputli” di Priyanshi Prakash Khatri, corto d’animazione in stile Rajasthani in cui un principe cerca la propria amata; “Broken Mirror” di Pinaki Sarkar, tributo al cinema muto, in cui una donna è tormentata dal suo passato; “American-born, confused and half-desi” di Ronak Shah. Una ragazza americana va alla ricerca delle proprie origini indiane, malgrado il padre non sia per niente d’accordo (11 dicembre ore 18.30).

Film di apertura e di chiusura
L’apertura è affidata a “Ghomeer” di R.Balki (7 dicembre ore 20.30), vicenda – ispirata a una storia vera – di una ragazza prodigio del cricket che, dopo aver perso una mano in un incidente, grazie all’aiuto di un ex giocatore fallito e burbero (Abhishek Bachchan), riuscirà comunque a fare la storia di quello sport. Chiusura con la prima italiana di “Goldfish” di Pushan Kripalani (12 dicembre ore 20.30) con l’attrice Kalki Koechlin, celebre nel ruolo di Batya Abelman nella serie Netflix “Sacred Games” è una donna che, a causa della malattia della madre (l’icona del cinema hindi Deepti Naval), è costretta a confrontarsi con le ferite di un passato che aveva scelto di dimenticare e con la storia e l’eredità di una donna che non faceva più parte della sua vita.
L’India in cucina
Per gli amanti della buona tavola da non perdere il consueto corso di cucina indiana presso la sede del CESCOT, in Piazza Pier Vettori 8/10 a Firenze (12/12 ore 18.00 info: 055 2705306 / g.beni@cescot.fi.it). In prossimità del cinema il bar servirà all’interno de La Compagnia piatti tipici del Kerala a cura di Nura, primo food truck di cucina indiana in Italia creato dallo chef Basheerkutty Mansoor, che sarà anche protagonista di un cooking show sempre al cinema La Compagnia (8 dicembre ore 18.00).
Omaggio al regista Mrinal Sen, della New wave indiana, nel centenario dalla nascita
Web Series
Non solo film al River to River: arriva sullo schermo del cinema La Compagnia la terza stagione della serie “Four More Shots Please!”, la web serie indiana che segue le vicende di Dee, Mangs, Anj e Sids, quattro donne che vivono, amano, sbagliano e cercano se stesse col supporto della reciproca amicizia e di una buona dose di shot di tequila nella Mumbai millennial (dall’8 dicembre al 12 dicembre presso la Saletta de La Compagnia, ore 18.00).

My India/Megalopolis, mostra fotografica di Rocco Rorandelli
Inaugurazione alla presenza dell’artista giovedì 7 dicembre ore 12.30 presso lo spazio espositivo C.A. Ciampi (via de’Pucci 16) del Consiglio Regionale della Toscana.

Middle East Now Festival 2023 in anteprima.

Perché un’anteprima? Lo scopo di questo articolo, anteprima del Middle East Now Festival 2023 a Firenze, è quello di aiutare a seguire il massimo delle molte offerte che potete trovare al Cinema la Compagnia, via Cavour. E’ sempre più evidente l’importanza dei Festival del Cinema. C’è carenza di distribuzione di film significativi, che narrano di problemi attuali o fanno la storia di eventi passati con una narrazione avvincente. Il linguaggio del buon Cinema arriva alla sfera non cosciente, producendo, a volte, un cambiamento nel modo di pensare che lo spettatore non governa.

Quando e dove.
A Firenze, dal 10 al 15 ottobre, al Cinema La Compagnia e al Cinema Astra – e anche online sulla piattaforma Più Compagnia / MyMovies, Middle East Now Festival è tornato con la quattordicesima edizione.
Un viaggio in Medio Oriente con 35 film e tante anteprime italiane e internazionali. Una selezione di titoli che ci farà conoscere storie forti, personaggi e temi d’attualità, che raccontano il Medio Oriente di oggi.
Quest’anno si è aggiunto alla programmazione del Festival un nuovo punto di forza, la piattaforma Real Screen 2023, a supporto dei giovani registi dal Medio Oriente e Nord Africa.

Il programma che si svolge alla Compagnia.
Martedì 10 ottobre
Il festival viene inaugurato da A Gaza weekend di Basil Khalil (Palestina, Regno Unito, 2022, ‘90).Un’esilarante avventura comica di confronto-scontro culturale fra Israele e Palestina.

11 ottobre
Ore 21.00 – ingresso gratuito per studenti con tessera universitaria –Evento speciale per l’anteprima italiana di “Q” di Jude Chehab (Libano, Stati Uniti, 2023, 91’). “Q” descrive l’insidiosa influenza di un ordine religioso matriarcale segreto in Libano – Al-Qubaysiat, di origine siriana. E’ un racconto multigenerazionale dell’eterna ricerca di significato nella vita. Anteprima italiana, alla presenza della regista.

12 ottobre
fra le 17 e le 19.30 lo spazio è dedicato ai Cortometraggi. Prima tappa di un viaggio alla scoperta di storie che ci portano in Egitto, Marocco, Afghanistan e Giordania. Il punto delle 19.30 è dedicato, a ingresso gratuito, nell’ambito delle Microstorie in transito, a : il Kurdistan raccontato in immagini, con la partecipazione di Rawsht Tawana, fotografo e curatore curdo, che apre al pubblico per la prima volta il suo archivio
Alle 20 un viaggio speciale nei sapori della cucina del Middle East,
a cura di Silvia Chiarantini, con il supporto di Abramo Saade. Si intitola
Tutti nello stesso piatto: Iran, Libano, Siria e Palestina. Un mappamondo culinario! Ogni anno un evento sold out.
La serata termina con il film Winners di Hassan Nazer (Iran, UK, 2022, 85’) E’ un bellissimo omaggio al cinema iraniano, da anni preso di mira dalla politica repressiva. Racconta dello smarrimento di una statuetta-premio, un Oscar, ritrovata da due bambini e le peripezie da loro affrontate per riportarla al legittimo proprietario.

13 ottobre
Inizia alle 17 la seconda tappa del viaggio realizzato con la proiezione dei corti da Kurdistan, Iran, Siria, Israele, Turchia, Iraq. Quest’ultimo alla presenza del regista. Segue Baghdad on fire di Karrar Al-Azzawi, descrizione della lotta per la libertà in Iraq di una diciannovenne irakena e dei suoi amici. Molti dei quali, però, non reggono la durezza dello scontro e abbandonano la piazza. Per finire, alle 21, Alam, di Firas Khoury (Tunisia, Francia, Palestina, Arabia Saudita, Qatar, 2022, 105’), la storia di un giovane Palestinese e del suo innamoramento, che lo trasforma in attivista politico.

14 ottobre
Alle 10.30, al Cinema La Compagnia, presentati i progetti di documentario work-in-progress (WIP) di 6 giovani registi, provenienti da Iraq, Turchia, Afghanistan, Algeria e Libano. Ricercano un dialogo con il pubblico e professionisti del mondo del cinema. Desiderio di un feedbak e, insieme, partecipazione alla selezione, premiata con il Meddle East Now Real Screen Award.
Da segnalare, alle 18, Lyd di Rami Younis e Sarah Ema Friedland (Palestina, Gran Bretagna, 2023, 78’) In anteprima europea bellissimo documentario di fantascienza che segue l’ascesa e la caduta di Lyd, una metropoli vecchia di 5.000 anni, un tempo una vivace città palestinese, conquistata con la fondazione dello Stato di Israele nel 1948
Alle 20.45 Shayda (Australia, Iran, 2023), lungometraggio d’esordio della regista iraniano-australiana Noora Niasari, in anteprima italiana prima di uscire nelle sale. Il ritratto poetico della vulnerabilità ma anche dell’anima radiosa di una donna iraniana che rivendica con coraggio i suoi diritti.
Alle 22.45 Je t’aime Ronit Elkabetz di Moran Ifergan(Israele 2022, 71′) Un documentario magistrale che utilizza l’archivio e la collezione radicale dell’incredibile guardaroba di Ronit, iconica regista e attrice israeliana, per costruire un saggio per immagini sul potere del cinema, il potere della moda, e su una donna indimenticabile, mancata nel 2016, che rappresenta e incarna il più profondo desiderio umano di libertà. Anteprima italiana

Domenica 15 ottobre, l’ultimo giorno
Dalle 10:00 alle 13:00 alla Scuola d’Arte Culinaria Cordon Bleu Saghar Setareh, autrice del libro “Melograni e Carciofi. Ricette e ricordi di un viaggio dall’Iran all’Italia”, presentato il giorno precedente alle 19.30 a La Compagnia, fa una dimostrazione / workshop culinario.
Alle 17 alla Compagnia Mohsen Makhmalbaf, maestro del cinema iraniano, tra i più influenti registi del cinema contemporaneo presenta ilsuo ultimo film Talking with rivers (Iran, 2023), un dialogo tra Iran e Afghanistan, una storia per riflettere sul destino storico dei due paesi fino al ritorno dei talebani in Afghanistan. A seguire il documentario The list (Afghanistan, 2023) di Hana Makhmalbaf, figlia del grande regista, che ci riporta alle immagini dell’aeroporto di Kabul immediatamente dopo il ritorno dei talebani, e alla grande mobilitazione per portare in salvo fuori dal paese artisti e registi a rischio di essere giustiziati.
Alle 21 Cerimonia di chiusura e Premiazioni:
“Middle East Now Audience Award” al miglior film votato dal pubblico
“Premio Cinema Iran – Afghanistan 2023” al miglior lungometraggio / documentario dall’Iran
“Middle East Now Staff Award 2023” al miglior corto o mediometraggio
“Best OFF” al miglior cortometraggio d’autore assegnato da OFF Cinema
A seguire il film di chiusura Bye bye Tiberias di Lina Soualem
(Francia, Palestina, Belgio, Qatar, 2023, 82’)

Premio Fiesole 2022 ai Maestri del Cinema

Ad Asghar Farhādi, regista iraniano, è andato il Premio Fiesole 2022 ai Maestri del Cinema, prestigioso riconoscimento conferito dal Comune di Fiesole .

La serata di premiazione, sabato 16 luglio, si è svolta al Teatro Romano di Fiesole.

Grande la partecipazione di pubblico. Uno dei meriti di questo premio è il rilancio della insuperabile visione collettiva di un film. L’ incontro con il regista era accompagnato dalla presentazione del volume monografico, il primo dedicato a lui in Italia, a cura di Simone Emiliani con i contributi dei soci del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici, per le Edizioni ETS di Pisa. Dopo la cerimonia di premiazione, sotto la direzione artistica di Massimo Tria. è stato proiettato il film Premio Oscar 2011 Una separazione.

Nel dialogo fra regista e critici che ha preceduto la proiezione, una delle domande verteva sull’attualità o meno della lista, redatta più di dieci anni fa, dei 10 film più belli al mondo. Ebbene, Asghar ha sostenuto che quella lista rimane ancora valida. I 10 film sono per lui tuttora insuperabili. Probabilmente, a suo dire, troppe immagini bombardano quotidianamente ciascuno di noi. Un creatore di immagini come un regista può avere avuto diminuita la creatività per questa sovrabbondanza di stimoli.

Apprezzato all’estero già con “About Elly” (2009) con cui si aggiudica l’Orso d’Argento a Berlino, il regista iraniano raggiunge il successo internazionale proprio  con “Una separazione” nel 2011 con cui si aggiudica l’Oscar al miglior film straniero, premio che riceve nuovamente nel 2017 con “Il cliente” . Nella sua filmografia figurano fra gli altri “Il passato” (2013) con Bérénice Bejo (premiata a Cannes per la migliore interpretazione femminile), “Tutti lo sanno” (2018) con Penélope Cruz e Javier Bardem, e “Un eroe” (2021), con cui si è aggiudicato il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes nel 2021. A proposito di “Tutti lo sanno”, interamente girato in Spagna con un cast spagnolo,  il regista ha affermato che, dopo un iniziale timore per la non conoscenza dello Spagnolo, sul set l’intesa con tutti si è rivelata assoluta.  Asghar non si rendeva più  conto di girare in terra straniera. Non si è trattenuto dal dire, tuttavia, che preferisce avere l’opportunità di girare film in patria.

Gli anni 90, di scoperta in Italia del cinema iraniano, sono legati ai nomi di Kiarostami e Machmalbaf.  Sebbene Farhādi li abbia attentamente studiati, la sua formazione è legata a modelli “borghesi” di provenienza teatrale,  molto comprensibili ad un pubblico occidentale. A questa formazione si aggiunge la sua straordinaria capacità di cogliere legami  emotivi e psicologici all’interno dei rapporti familiari, che assurgono ad esempi di cultura diffusa nel suo paese, senza peraltro farlo incorrere nella censura, che li considera episodi particolari, non un quadro della società in cui egli vive. I personaggi da lui delineati sono sempre molto veri: il bene non sta solo da una parte. Perché, dice il Regista, gli esseri umani non sono mai totalmente buoni  o totalmente cattivi.

In tal modo le storie narrate hanno il sottile fascino dell’imprevedibilità.

Il Premio Fiesole è realizzato con il patrocinio della Regione Toscana ed è reso possibile grazie al contributo della Fondazione CR Firenze e al sostegno di Villa San Michele, a Belmond Hotel, Florence. L’Hotel si è aperto alla conferenza stampa che precedeva l’evento ed ha ospitato per il Premio il regista  accompagnato dal fratello, montatore cinematografico che lavora anche  con il Maestro.

Quest’anno il Premio Fiesole ha iniziato la collaborazione con il festival “Middle East Now”, che annualmente fa conoscere le novità della cinematografia mediorientale, con particolare attenzione a quella iraniana. Preziosissimo anche l’aiuto fornito dal Premio “Sergio Amidei” per la venuta in Italia di Farhādi (atteso anche a Gorizia il 19 luglio per ricevere un Premio Speciale). Media partner per questa edizione è stata  la rivista di critica cinematografica “Sentieri Selvaggi”.

 

Trieste Film Festival 2022: Nuove visioni di donne e migranti

Trieste Film festival 2022

Il Trieste Film Festival 2022  è un ponte che mette in contatto diverse latitudini dell’Europa del cinema, scoprendo nomi e tendenze che pochi conoscono, perché rivelati quasi solo nei grandi Festival internazionali. Serbia, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Albania, Grecia, Romania, Polonia, Russia, Lituania, Bulgaria, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Francia  sono le nazionalità di produzione  di cortometraggi, lungometraggi e documentari, tanto che è difficile stabilire se alcune caratteristiche delle opere sono da attribuire alla cultura di origine  del regista o alla sua creatività.

 

Il Trieste Film Festival 2022 a casa tua

Per il secondo anno (https://wsimag.com/it/spettacoli/65060-il-cinema-delleuropa-centro-orientale) il Trieste Film Festival  offre l’opportunità di guardare i suoi film a casa, in un periodo di poco successivo alle proiezioni in sala a Trieste. Altri festival del Cinema, da quando il Covid imperversa, hanno usato lo stesso sistema, ottimo per allargare la platea di coloro che possono vedere film e documentari di prim’ordine che non arrivano nelle sale.

 

La piattaforma Mymovies e tre film premiati

Attraverso la piattaforma Mymovies ecco per noi il compatto gruppo di film, selezionati sotto la direzione di Fabrizio Grosoli  e Nicoletta Romeo  per il Trieste Film Festival 2022 dai più prestigiosi Festival internazionali e non solo.  Alcuni affrontano temi di attualità, altri recuperano la Storia passata, documentano luoghi o inventano storie. Per lo slittamento fra le proiezioni in presenza e quelle su Mymovies, si sapevano già i vincitori quando i film sono arrivati sul PC. Premiate  nuove visioni di donne e migranti, ma anche il raccontare avvincente.

 

Solidarietà e pazzia

Il Premio Trieste per i lungometraggi la giuria lo ha assegnato a Intregalde di Radu Muntean (Romania 2021), un racconto avvincente e un po’ stralunato di cosa può succedere a due  giovani donne generose se offrono un passaggio ad un vecchio e seguono le sue indicazioni stradali, senza accorgersi che è fuori di testa. La capacità  del regista  di esprimersi ad alta tensione crea un singolare racconto, ben al di là della semplicità della trama.

 

Vicende di una coppia di migranti

As far as I can walk di Stefan Arsenijević (Serbia – Lussemburgo – Francia – Bulgaria – Lituania 2021) ha ricevuto una menzione speciale del Premio Trieste per un modo nuovo di descrivere le vicende dei migranti, entrando nei dettagli delle loro storie individuali. Il linguaggio di Arsenijević è fortemente cinematografico. In più, la travagliata storia d’amore della coppia di Africani, centro del film, è commentata con le vicende dell’eroe del poema  epico serbo Strahinja Banović.  Espediente antirazzista di genialità e grande bellezza.

 

Le donne piangono ancora

Anche per Women do cry di Mina Mileva e Vesela Kazakova (Le donne piangono, Bulgaria – Francia 2021) è il modo personalissimo di raccontare che  colpisce. Ha ottenuto il Premio Audentia Eurimages – Consiglio d’Europa, 30.000 euro per il prossimo progetto. Propone nuove visioni delle diseguaglianze fra uomini e donne. Tre generazioni femminili, sorelle, madri e zie a confronto, si scontrano e un attimo dopo solidarizzano. Umorismo intervallato a tragedia descrive le  tante questioni ancora irrisolte che continuano ad affliggere le donne nella nostra società. Il grido di battaglia del film, di stile scarno  e molto diretto, è la solidarietà tra  donne contro la misoginia, l’omofobia e ogni forma tossica di patriarcato. E’ un  messaggio al tempo stesso locale e universale . Che scaturisce da fatti di vita reale, senza ideologie, e quindi  risulta molto penetrante.

 

Middle East Now Festival, il Medio Oriente a Firenze

Middle East Now, alla sua dodicesima edizione, ha proiettato, nelle sei serate, 42 film dal Medio Oriente, tra anteprime italiane, europee e mondiali. Questo festival ha una struttura costruita con grande impegno dai direttori artistici Lisa Chiari e Roberto Ruta, che mette in relazione ed a confronto la vita e la storia di popoli alla ribalta della cronaca (in questa edizione soprattutto Iran, Afghanistan e Palestina), con il cinema prodotto in loco.

Per saperne di più sull’Iran

Due film sull’Iran ci presentano quel paese da due diversi punti di vista. La regista iraniana Firouzeh Khosrovani, in Radiograph of a family, (Iran, Norvegia, Svizzera, 2020) ricostruisce la sua vita familiare, con, sullo sfondo, i cambiamenti politico-sociali che la Rivoluzione islamica ha prodotto in Iran ed insieme i cambiamenti della società iraniana negli ultimi quarant’anni, a cominciare dal regno dello Scià. Afsaneh Salari, in The Silhouettes (Iran, Philippines, 2020), fa invece una narrazione intima delle vicende di una famiglia di Afghani rifugiati in Iran da oltre 35 anni, a seguito  della guerra civile afgana per l’invasione russa del 1982. Ed è da questo confronto che si capisce come, per sopravvivere al dolore del distacco forzato dalla patria, questi Afgani filtrano i cambiamenti profondi dell’Iran isolandosi dal mondo esterno con le loro relazioni familiari, i matrimoni, le nascite e le  feste tradizionali celebrate tutti insieme.
Con “Il punto delle 19 e 30”, un talk quotidiano dove esperti commentatori fanno al pubblico un quadro delle vicende attuali dei paesi del Medio Oriente, ciò avviene per l’Iran attraverso le parole di Luciana Borsatti, per tre decenni giornalista ANSA, che presenta il suo libro, L’Iran al tempo di Biden. È ben noto che il presidente Trump ha vessato in ogni modo il popolo iraniano. Con l’avvento di Biden le aspettative della popolazione erano alte. Ma Luciana ci dice che Biden non ha rimosso le sanzioni, ingenerando una situazione che comporta maggiori rischi che l’Iran si doti di ordigni nucleari. E creando sicuramente disaffezione dei giovani verso l’America.

Controinformazione sull’Afghanistan

Una buona parte del Festival si è focalizzata sull’Afghanistan, dato che il recente ritiro delle truppe americane, dopo venti anni di guerra, ha lasciato il paese nelle mani dei Talebani. Con un panel di 5 esperti, due dei quali registi afgani di film proiettati al Festival, si è svolta una tavola rotonda dal titolo ”Afghanistan, dalla Repubblica all’Emirato dei talebani: quale futuro per il suo cinema e la sua cultura?”
Aboozar Amini, presente a questo festival con il collega Ilyas Yourish, afferma che il Cinema per loro non è un hobby, ma un messaggio di controinformazione, cui si sentono obbligati in particolare come appartenenti alla minoranza azera, che subisce da molto tempo discriminazioni all’interno del paese. Dopo che gli Americani hanno lasciato il paese, la narrazione che si fa dell’Afganistan, con film stranieri e quotidianamente sui giornali di tutto il mondo, insiste unicamente sui pericoli che il governo talebano rappresenta, senza interessarsi della vita quotidiana che continua a svolgersi nella loro terra.
Riuscire a farsi finanziare un film afgano è molto difficile, oggi più che mai. Per presentare scene di vita quotidiana il Festival ripropone quest’anno un film del 2018, Kabul city in the wind, e un altro piccolo gioiello, Angelus novus, entrambi di Aboozar. Quest’ultimo corto risale al 2015 e affronta problemi di sussistenza di una famiglia di Afgani emigrati in Turchia. La Kabul nel vento descritta da Aboozar  è bianca di polvere, ossessivamente ripiegata sul ricordo della guerra civile al quale gli adulti vogliono educare i bambini. Dei due fratelli protagonisti il maggiore, in assenza di adulti, si prende la responsabilità del più piccolo. Quest’ultimo, Benjamin, soli 6 anni, riesce a conservare la vitalità di giocare fra le tombe come in un divertente percorso a ostacoli. Un altro protagonista, un guidatore di Autobus “filosofo” rimasto senza autobus per essersi indebitato nell’acquisto malgrado la miseria, oscilla fra la malinconia dei lavoretti saltuari, le inopportune richieste di aiuto alla moglie che lavora senza tregua per racimolare l’unico input familiare, l’evasione nella droga per quel poco che può permettersi, ma riesce a sorprendere per dei guizzi di allegria nel gioco con i suoi figli. Questo documentario è un racconto mai banale, spontaneo, con piccoli dettagli inaspettati, che il regista è riuscito a cogliere con grande perizia.

Recente e ancora da terminare un altro prodotto afgano, il docu Kamay, (Afghanistan, 2021) codiretto da Ilyas Yourish, tratta un fatto realmente accaduto, il suicidio di una studentessa dell’Università di Kabul, originaria delle montagne dell’Afghanistan centrale, e delle domande inascoltate della famiglia per conoscere la dinamica dell’accaduto.
Molto sperimentale, il film del giovane e talentuoso afgano Dawood Hilmandi, A jorney into zero space (Afghanistan, Olanda, 2017, 64′), indaga e rivive archivi del passato riflettendo su di essi e sull’attualità. È una finzione autobiografica in tre parti che intende mettere in discussione le nozioni di autorità, storia, immaginazione e casa.
Durante la tavola rotonda è emerso il ruolo degli Inglesi nel creare inimicizia fra i diversi nuclei che costituivano l’Afganistan, quando lo conquistarono. Da allora gli Afghani si sono sempre combattuti tra loro. Pensando alla forza che Israele trae dalla compattezza con cui ha preteso di avere una terra in cui aveva abitato solo un’esigua parte degli ebrei, che in maggioranza erano gruppi sparpagliati nel mondo, ci si augura che proprio il Cinema afgano racconti dei nuclei primitivi che hanno popolato l’Afghanistan, alla ricerca di una unità su cui ricostruire una causa comune per cui lottare, liberandosi dallo straniero.

Sulla Palestina e il muro

Ecco infine i film che parlano della Palestina, e in particolare del muro eretto fra Cisgiordania e Israele. Un’accoglienza trionfale per Il lungometraggio 200 meters (Palestina, Giordania, Qatar, Italia, Svezia, 2020) di Ameen Nayfeh, che ha vinto il premio del pubblico del Festival. Nel film i protagonisti Mustafa e sua moglie Salwa vivono in due paesi distanti solo duecento metri, ma separati dal muro, che ingenera complicazioni inaudite nella vita quotidiana della loro famiglia. È un’opera prima, autobiografica, del regista palestinese, curata con l’amore che si riserva alle cose importanti della vita, che descrive l’ingiustizia perversa di altri uomini, gli Israeliani, che vivono sulla stessa terra dei Palestinesi, ma si considerano padroni di essa. Infatti, pur essendo un film-denuncia, può circolare in Israele senza che la descrizione dei soprusi inflitti ai Palestinesi desti il minimo imbarazzo negli Israeliani oppressori.

Sullo stesso argomento un corto, The present, di Farah Nabulsi, (Palestina, 2019), ha ottenuto il premio dello staff, con la seguente motivazione “Il corto, partendo da un’azione apparentemente banale e attraverso una dinamica semplice legata alla vita di tutti i giorni, mette in evidenza l’ingiustizia sistemica della situazione e, insieme, l’ingenuità e il coraggio della bambina che rappresenta la determinazione, la resistenza e la speranza nel futuro”.

Notizia dell’ultima ora

È con estremo piacere che posso comunicare che sia Radiograph of a family, sia 200 Meters usciranno nelle sale. Con una visibilità di gran lunga superiore a quella di un Festival, anche di uno molto frequentato come questo.

 

Il premio Lux 2021

Per il premio Lux, istituito dalla Comunità europea, tre film, scelti da una giuria fra i dieci più importanti film europei dell’anno, dovevano, per la prima volta quest’anno, essere visti e votati anche dai cittadini, in modo che il premio tenesse conto della Critica e del pubblico in egual misura.
In Italia, in questo disgraziato periodo, in cui i cinema sono stati sempre chiusi per più di un anno, siamo riusciti a vederne solo due, Corpus Christi e Collective. Due trame agli antipodi: nel primo si parla di religiosità, nel secondo di corruzione politica. Non certo due mondi contrapposti, il Bene e il Male. Tutt’altro. Nel primo vengono in luce i guasti della religione, nel secondo i guasti della politica. Nel primo si affronta il misticismo, nel secondo si descrive la corruzione e chi la combatte. Il primo è una fiction
che a tratti sembra un documentario, il secondo è un documentario, ma non lo diresti.

Corpus Christi

La visione di Corpus Christi ha un effetto allucinatorio. La descrizione del regista polacco, Jan Komasa, al suo secondo lungometraggio, è filtrata attraverso gli occhi di Daniel, il protagonista. Inizialmente preda di feroci abusi fisici, ordinati, durante il lavoro “riabilitativo”, da un capobanda nel riformatorio dove entrambi scontano la pena, Daniel non prova nemmeno a reagire. Nel suo delirio mistico probabilmente si identifica con l’agnello di Dio, la vittima sacrificale che toglie i peccati dal mondo. E fa il chierichetto delle messe penitenziarie, unico modo di tener fede all’aspirazione di diventare prete, che la sua fedina penale rende però irrealizzabile. È accusato di un delitto, pare senza prove. Durante un permesso lavorativo in un paese lontano dal riformatorio, viene scambiato per un prete e si trova addirittura a sostituire il parroco, per una concatenazione di eventi ai quali non riesce più a contrapporsi. Le mille incertezze iniziali vengono superate dalla forza che il ruolo sociale di prete gli conferisce. Da subito, però, gestisce il sacramento in modi anticonvenzionali, mutuati dall’ esperienza catartica che il prete addetto al riformatorio imprimeva alla pratica religiosa dei condannati. Daniel, che riceve dal bravo attore Bartosz Bielenia occhi profondi e stralunati, occhi sicuramente responsabili della violenza distruttiva del capobanda del riformatorio nei suoi confronti, nella sua veste di prete riesce in breve tempo a fare seguaci appassionati. Affronta di petto anche le visioni distorte di un gruppo di parrocchiani, autorizzati dal vecchio parroco ad ergersi a giudici di una concittadina. Col suo operato riesce a farla riammettere nella comunità, rendendole il diritto di seppellire il marito, morto in un incidente stradale, insieme con le altre vittime della stessa tragedia. Costretto poi dal Sindaco a benedire una sua nuova segheria, investimento che sfrutta il lavoro dei carcerati, Daniel fa inginocchiare nel fango tutti i convenuti in abito da cerimonia, all’esterno dell’edificio, pronunciando un duro discorso contro chi vive per accumulare soldi. Una sparata contro il potere politico, che vorrebbe usare il potere religioso per sdoganare lo sfruttamento come beneficenza. Il finale, contrariamente forse alle stesse intenzioni del regista, si può leggere, per un non credente, come un recupero, seppure In circostanze drammatiche, di un minimo di sanità mentale da parte di Daniel.

Collective

In Collective il regista tedesco Alexander Nanau (nato in Romania) dimostra un talento fuori dal comune per l’ approccio cinematografico diverso da quello dei documentari televisivi convenzionali di carattere
investigativo. Riesce ad imprimere la suspence alla realtà, intervallandola con racconti di cronaca più pacati quando intervista sopravvissuti e loro familiari all’incendio divampato il 30 ottobre 2015 al Colectiv Club, un locale di Bucarest privo di uscite di emergenza. Muoiono 27 giovani e 180 rimangono feriti (di cui quasi 90 in condizioni critiche) e il governo rumeno promette che saranno curati “come sarebbero curati in Germania”. Lentamente ma inesorabilmente, invece, parte dei ricoverati muore. I giornalisti Catalin Tolontan, Mirela Neag e Răzvan Lutac decidono di indagare sulla vicenda, scoprendo che i degenti “sono stati tenuti in un ambiente non sanificato ed esposto a uno dei batteri nosocomiali più resistenti in Europa (pseudomonas aeruginosa)”. A seguito di tale informazione, il trio della Sports Gazette scopre che i disinfettanti forniti a 350 ospedali (e 2000 sale operatorie) dal fabbricante Hexi Pharma vengono diluiti fino a dieci volte la dose normale dopo la consegna. Una pratica che nasconde la corruzione a vari livelli, i meccanismi di elusione fiscale e le coperture segrete da parte dello Stato, che da tempo è al corrente di tale procedura.

Mentre Collective ti avvince narrando una terribile realtà che la politica crea in vari paesi, mai come vedendo Corpus Christi si deve riconoscere che la potenza ammaliatrice di un film non dipende da ciò che racconta, ma da recitazione e regia. E, da questo punto di vista, il premio, fra i due, lo merita Corpus Christi. Magari, come si dice, fra i due litiganti il terzo gode. Ovvero il terzo film che concorre al LUX award, Another Round, di Thomas Vinterberg, che ha già vinto l’Oscar per il miglior film internazionale.

32mo Trieste Film Festival

Doppio premio a Otac (Padre), dramma contemporaneo

L’unico film ad aver collezionato due premi è stato il lungometraggio Otac (Padre). Per il CEI (Central European Initiative ) era  il film della sezione che meglio interpreta la realtà contemporanea. Anche il pubblico, coinvolto quest’anno come giuria, e molto numeroso per la modalità on-line del Festival, gli ha attribuito il primo premio dei lungometraggi.

Cosa comporta la povertà vera

Otac, di  Srdan Golubovic, (Serbia, Francia, Germania, Croazia, Slovenia, Bosnia-Herzegovina, 2020 ), già proiettato a Berlino nel 2020, è di grande attualità per la descrizione di cosa è la povertà vera. Uno stato di totale fragilità ed impotenza. Che ti toglie la capacità di ribellarti e la coscienza dei tuoi diritti. Ti licenziano senza neppure darti tutti i soldi che ti spettano. Se li hai richiesti e non te li hanno dati, capisci di essere senza difese.

Cosa fare

Nikola, il padre del titolo, in un’eccellente interpretazione di Goran Bogdan, pensa allora che l’unica risorsa che ha è il suo corpo, che non richiede soldi per azionarsi. E si incammina a piedi verso Belgrado, distante 300 km dalla cittadina serba in cui vive, per consegnare nelle mani del ministro la richiesta di riavere i suoi due figli, che gli sono stati tolti perché giudicato troppo povero per offrire loro un ambiente di vita dignitoso. Il buon senso direbbe che i Servizi sociali locali ti aiutino a cercare un lavoro o a recuperare il salario non pagato. E invece sono in mano a un direttore violento e corrotto: gli è facile “tenere sotto” il povero che lavora occasionalmente.

Ecco perché Nikola intraprende questo immane viaggio, durante il quale il suo corpo cede più volte, per mancanza di cibo e di energia. Gli dedica attenzione solo la stampa, intervistandolo per questa impresa eroica, dopodiché le istituzioni lo ricevono, ma solo per salvare le apparenze.

Una narrazione efficace

Una sottile, continua suspence è mantenuta, fotogramma dopo fotogramma, da Golubovic, regista quarantottenne, già premiato a Berlino dalla Giuria Ecumenica nella sezione Forum col suo precedente  lungometraggio, Circles. Narratore assai efficace di un’epopea che già dalla sfilza di nazioni che hanno contribuito a produrre questo film, racconta della globalizzazione della povertà in una zona d’Europa dove le continue guerre hanno avuto, fra le conseguenze, una drastica riduzione dei posti di lavoro. Una situazione destinata a durare, visto l’imperversare della pandemia.