Vuoi migliorare il clima? Attento a come ti vesti.
Da Slow food a Slow Fiber
Vuoi migliorare il clima? Attento a come ti vesti. Questa affermazione si chiarisce leggendo il libro Vestire buono, pulito e giusto, pubblicato da Slow food Editore. Lo ha scritto Dario Casalini, docente universitario di Diritto Pubblico, dal 2013 passato a dirigere l’azienda di famiglia che produce maglieria e Intimo di lusso da più di 80 anni. La passione per studio e ricerca, trasferita nel campo tessile, lo ha portato all’idea di un libro gemello di Buono, pulito e giusto (2005) di Carlo Petrini, gastronomo, attivista per una nuova cultura del cibo. Dario incontra lui e Carlo Bogliotti, a.d. di SLow Food Editore, e spiega loro che la filosofia e i principi sottesi al libro di Carlo e a Slow food si adattano perfettamente al tessile. Basta dare a buono il significato di “bello” nel senso di indumento che crea benessere, mentre gli altri due aggettivi hanno lo stesso significato nei due contesti. Ad essi si aggiunge, per i vestiti, il concetto di durevole, che ovviamente non si adatta al cibo, ma è estremamente importante per gli indumenti, per contrastare la modalità usa e getta con cui vengono prodotti e che è causa di grandissimo inquinamento. L’idea è accolta con grande entusiasmo. I due ben felici di pubblicare il libro. “In più -racconta Dario Casalini- uscito il libro nella primavera del 2021, Carlo mi ha chiesto espressamente di creare la Slow Food del tessile e da lì, parlando con i vertici di Slow Food abbiamo creato Slow Fiber depositando il contratto di rete nel novembre 2022.”
No alla Fast Fashion
In breve tempo al movimento Slow Fiber hanno aderito 21 produttori di filati. Casalini si augura di attrarre anche l’alta moda. Non la Fast Fashion, abiti a basso costo di produzione e vendita, immessi nel mercato in continuazione, confezionati con materiale scadente. Essendo Fast, è agli antipodi di Slow Fiber, che predilige tessuti di fibre naturali, a componente unico, riciclabili al 100%. Capi fatti per durare, riutilizzabili e riciclabili e quindi a basso inquinamento ambientale.
Un suggerimento ai giovani attivisti
Questa visione della realtà produttiva deve arrivare ai giovani. Quelli di loro che sono coinvolti in una militanza totalizzante per il bene del pianeta devono cambiare strategia. Chiedono alle multinazionali di non utilizzare più i combustibili fossili. Si incollano una mano sul vetro di un quadro famoso dentro i Musei, oppure bloccano il traffico, o ancora imbrattano con vernici (lavabili) la facciata di un edificio storico. Dimostrando un grande impegno, che si ritorce però contro di loro. Infatti i benpensanti(mica tanto), incapaci di proiettare i dissesti dell’oggi nel futuro, vedono in queste azioni soltanto una lesione all’immagine dell’Italia, che porta danni economici, e quindi le condannano. E poi, un’altra considerazione. I combustibili fossili sono gestiti dai pochi big della finanza, che soli hanno l’ingresso nella stanza dei bottoni. Neppure i governi nazionali riescono a modificare questo business miliardario. Figuriamoci un gruppo di ragazzi! E invece una gestione oculata di cibo e vestito , a livello individuale, e un proselitismo esteso ai coetanei, possono portare alla formazione di una massa critica che, senza scomodare chi comanda, diminuisca l’inquinamento con azioni e scelte individuali di molti.
L’Europa quantifica i rifiuti
E’ di questi giorni l’informativa dell’Europa su rifiuti di cibo e di tessuti Vengono prodotti annualmente in UE 60 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari e 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Cui si aggiunge che meno dell’1% dei tessuti di tutto il mondo viene riciclato in nuovi prodotti. Quindi questi settori possono, se adeguatamente impostati nella direzione di minori scorie e maggiori recupero, riuso e riciclo, migliorare grandemente la salute del pianeta.
Un problema strutturale
Lo studio di Casalini, che per primo ha colto lo stretto legame fra il business del cibo e quello della moda, mette in luce un problema strutturale. Questa nostra società dei consumi è improntata ad un liberalismo che non conosce altra regola che quella del profitto. Un profitto da ottenere subito, senza proteggere l’ambiente e i lavoratori con una programmazione pluriennale che restituisca alla natura l’equilibrio alterato dalla produzione.
Una via da seguire
Carlo Petrini prima, ed ora Dario Casalini, tracciano una via da seguire per recuperare l’ambiente e la dignità del lavoro. A questo devono improntare le battaglie i molti giovani impegnati nel cambiamento.